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23 agosto 2010

Scienze della Comunicazione: vecchi pregiudizi, nuove sfide.

Generalmente l'estate non è fatta per pensare allo studio, soprattutto per coloro i quali sono appena usciti dal mondo della scuola e hanno affrontato gli esami di maturità è dura dover pensare al proprio futuro universitario. Tuttavia è una scelta da compiere e da ponderare abbastanza bene. Ormai sono lontano da queste scelte e sono diventato già un dottore in Scienze della Comunicazione e pertanto con questo post mi rivolgo a coloro i quali hanno intenzione di iscriversi in una delle tante facoltà italiane di Scienze della Comunicazione.

Fin dai primi anni di università ho sempre voluto raccontare la mia esperienza ai ragazzi dei Licei marsalesi affinchè potessero scegliere con criterio se è davvero la strada che intendono percorrere. Vista la mancata presenza di orientamento nelle scuole, fatta eccezione solamente per l'Università di Palermo. Noto con dispiacere che spesso c'è tanta confusione e ahimè in Sicilia ancora tanti pregiudizi. I genitori invogliano i propri figli ad intraprendere le professioni sanitarie perché questi garantiscono autorevolezza alla propria laurea oppure sempre più i giovani scelgono giurisprudenza perché pensano un giorno di diventare avvocati nella speranza di ottenere prestigio e lauti compensi, per non parlare di Economia ed Ingegneria di qualsiasi voglia tipologia.

La saggezza popolare non è del tutto sbagliata, è vero... e un detto dice "L'uomo ha paura di ciò che non conosce" e io all'età di 18 anni effettivamente non sapevo bene a che cosa andassi incontro. Scienze della Comunicazione è una facoltà ancora nuova e scarsamente accettata in paesi in cui la comunicazione è ancora primordiale. Ma a suo tempo ho avuto una guida (che ancora ringrazio) che ha saputo consigliarmi e ha suscitato in me la curiosità necessaria per intraprendere il cammino, da solo. A 18 anni poi la voglia di rischiare è poca, ma non ero della stessa idea.

Nonostante la città più indicata fosse Milano per i miei studi e magari l'Università privata, scelsi la città (Roma), ma non ancora l'Università. Feci i test di ingresso a Tor Vergata e a La Sapienza. Notai come il numero chiuso fosse rispettivamente 200 e 300 e non capii come mai la seconda, a corto di sedi e di aule, ne ammettesse 100 in più, poi lo capii ma non posso parlarne. Fui selezionato per Tor Vergata. Inizialmente pensai che si trattasse di una scelta di "serie B", ma non fu così. Iniziai a trovarmi bene con i colleghi e instaurai ottimi rapporti anche con i professori. A distanza di 3 anni esatti mi sono laureato, senza problemi, esame dopo esame. La magistrale idem.

Dopo questo breve racconto di come sono andate le cose, vi spiego cosa ne penso.

Se deciderete di fare SdC è perché ve lo sentite dentro già adesso. Perché amate le sfide e perché la curiosità e la vostra prima qualità. Se pensate che SdC sia fare il giornalista vi sbagliate. Le materie di giornalismo sono poche e comunque poco esaurienti dal punto di vista tecnico. Fare SdC deve essere un piacere, ed è necessaria tanta passione, passione nel capire l'importanza della relazione umana e passione nello stare insieme agli altri.

Non pensate a cosa sarete un giorno, ma a chi volete essere. A me spesso capita di incontrare persone che criticano costantemente i miei studi, definendoli con gli appellativi noti a noi del settore, ma spesso la mia determinazione e alcuni esempi chiarificano la mente di chi mi chiede e spesso ne esco vincitore. Dimostro che non tutto è fatto da numeri o da tecniche. Che è meglio avere delle buone idee ed essere pagati per quelle idee che lavorare tutta la vita da dipendente. (Il "Think Different" e la Apple sono un buon esempio). Spesso mi trovo a spiegare che la riflessione è centrale nella scelte da compiere in futuro e che spesso bisogna impostare bene la strategia di lungo periodo se non si vuol vedere crollare tutto come un castello di carte. La serie di competenze che viene fornita a SdC è generica e serve per diventare umani sotto ogni profilo ed è per questo che penso che chi sceglie Economia o Ingegneria o qualsiasi altra disciplina sia sicuramente un bravo professionista, ma poi perde la visione di insieme che a mio avviso è fondamentale per capire il senso del proprio lavoro.

Fare SdC deve essere una missione, una sfida. Prima con noi stessi, poi con gli altri.

Infine una questione sui numeri. Si dice che ci siano tanti laureati in SdC che non trovano lavoro. Questa è una falsa credenza tra le più dure a morire. Ho avuto modo di approfondire l'argomento proprio durante le nostre ricerche durante il progetto Fireworks[dot]com e abbiamo scoperto che l'82% dei neolaureati trova lavoro, soprattutto nel privato (il campione non sarà esauriente, ma la maggioranza è schiacciante)

Per ultimo vi lascio un consiglio. Probabilmente sarà pure vero che siamo in tanti a fare SdC, ma vi assicuro che in pochi nutrono davvero la passione che ci metto io nel difendere la disciplina e soprattutto la fiducia nel futuro. C'è ancora poca voglia di emergere e di distinguersi. Io ho rischiato e soprattutto, ho capito che la vera comunicazione non è solamente sui libri. E' necessario aggiornarsi continuamente, porsi tante domande, coltivare lo spirito critico e d'osservazione, fare le giuste amicizie e partecipare. E' necessario insomma vivere la quotidianità!

Potrei continuare all'infinito e dispensare ulteriori consigli, ma spero che questo post possa solo essere l'inizio di un dibattito sull'argomento e soprattutto se siete indecisi se fare SdC o meno mandatemi una mail e non abbiate esito nel contattarmi, saprò darvi le giuste dritte.
Buona Estate e buon rientro!

3 commenti:

farfallaspietata ha detto...

Un commento sofferto, finalmente riesco a completare il captcha prima coperto dai google ads ;)

Davvero bello il post...oserei dire commovente per chi come me ha vissuto l'esperienza e avvertito negli anni tutti i disagi.

"Non pensate a cosa sarete un giorno, ma a chi volete essere."

E' una conclusione che condivido e alla quale spesso sono giunto in quei rari momenti di sconforto che hanno bisogno di essere metabolizzati e superati al più presto.

Probabilmente ancora più efficace sarebbe pensare a COME si vorrà essere...perché il CHI è "troppo" figlio del COSA...
In fondo il COSA o il CHI si sarà un volta affrontato il percorso di studi, almeno per ciò che riguarda Scienze della Comunicazione, dipende molto da COME si è ora!
Potrà sembrare delirante come ragionamento ma qui non è il libro a fare il professionista, bensì lo studente ad integrare la formazione inevitabilmente incompleta che questa facoltà può dare.

Complimenti ancora ...

p.s NO NONNA/ZIA/MAMMA NON FARO' IL GIORNALISTA!!!
Quante volte l'avrò detto?! ;D

Enrico Pellegrino ha detto...

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brooks ha detto...

Gran bel post, concordo in pieno.

Un consiglio per chi si iscrive a SdC: non consideratelo, come fanno molti, un parcheggio per fancazzisti.
Deve essere una 'formazione di base' che poi deve necessariamente specializzarsi ulteriormente nel corso degli anni: c'è da studiare, e parecchio.