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17 giugno 2010

To be or not to be… su Facebook… this is the question!

A cura di Giovanni Vitale
Essere presenti in un social network diventa sempre più una questione d’identità. Può ancora apparire incredibile a qualcuno, e perfino a tanti sostenitori del suo uso, ma che l’esserci ne comporta in modo determinante l’esistenza nel cyberspazio è ormai più che un’opzione, quasi una necessità, per tantissime aziende anche al di fuori dell’universo virtuale. Tanto più per chi opera nel campo della comunicazione, specie nel marketing, non essere presenti su Facebook o altro social media risulta un anacronismo insostenibile, un’idiozia inconcepibile, come essere avvocati muti o medici ciechi e sordi. Premesso tutto ciò diventa tuttavia ragionevole interrogarsi non tanto sulle straordinarie possibilità che lo strumento offre, lo si fa da più parti ed in modo sempre più articolato, ma piuttosto su alcune caratteristiche che forse definire limiti può ancora essere prematuro, ma che sicuramente ne minano l’efficacia.

Ovviamente mi riferisco a caratteristiche del programma e d’uso che, come tali, potranno mutare ed evolvere ma che, al momento, insistono chiaramente sulle possibili azioni che la pratica comporta per gli utenti. Per comodità in questa nota mi riferisco esclusivamente a Facebook ma credo che queste riflessioni siano applicabili anche agli altri social media. Vantaggio principale offerto dal social network è la possibilità di condividere informazione, possibilità che paragonata alla piazza fisica (piazza virtuale è stata definita), è a dir poco riduttivo sia per lo spazio in questione, non confrontabile con quello urbano, sia per il numero dei contatti al cui confronto quelli possibili in qualsiasi piazza cittadina sono infinitesimali, sia per i costumi in termini di look e di maniere, ovvero di rappresentanza nel senso di E. Goffman, dato che vengono messi in scena vari aspetti del comportamento. Non starò qui a chiedermi quali problemi sorgono nel fissare i riferimenti, non nel senso strettamente filosofico almeno, ma intendo sollevare la domanda su che tipo di identità personali si mettono in gioco, in che misura esse siano identificabili con quelle fisiche e giuridiche, almeno nel senso che ordinariamente attribuiamo ad esse. Mi pare altresì pertinente cercare d’indagare su che tipo d’informazione passa fra gli utenti ed a quanta di essa sia assegnabile qualche valore.



Ora, partendo dal noto teorema di Shannon e Weaver (che la quantità dell’informazione in un canale è direttamente proporzionale al rumore), evidentemente al dilatarsi delle possibilità di scambio corrisponde, per la peculiarità del mezzo, un incremento della velocità con cui i messaggi transitano e, dunque, sfuggono alla possibilità concreta di riceverli, finendo per presentarsi all’attenzione in modo del tutto casuale. Il problema non è solo tecnico, ma anche per così dire, etico: un modo per diminuire il flusso dei cosiddetti post è quello di “nascondere” determinati contatti o amici, obbligandosi ad una discriminazione che molti trovano ripugnante o, quantomeno, contraddittoria dato che si è accettato o proposto di condividere la relazione o amicizia, come vien detta. Un altro è quello di tenere pochi amici, cosa che alcuni fanno, ma è una scelta difficilmente mantenibile proprio per la specificità dello strumento che spinge ad intessere più contatti, a socializzare con quanti più utenti è possibile, sebbene nel caso di Facebook ci siano dei filtri definiti anti-spaming che, paradossalmente, non consentono di “esagerare” nelle richieste di contatto, la cui portata è arbitrariamente fissata dal gestore del portale. Il problema di selezionare l’informazione è tutt’altro che peregrino, è il problema per eccellenza della rete e il paradosso di ogni motore di ricerca: più è potente meno informazione utilmente pratica fornisce, è nei criteri di raffinazione della domanda che si misura la bontà dei motori oltre che, ovviamente, nella capacità di reperire le informazioni dal maggior numero di database. L’uso dei tag, messaggi di richiamo che, chi mette l’informazione può notificare a chi desidera, ovviano al problema, ma solo dalla parte dell’emittente e comunque quando i contatti raggiungono un numero considerevole il problema riemerge tale e quale. È presumibile che solo con l’uso di filtri intelligenti, dotati di euristiche sofisticate e che elaborino profili di pertinenza il problema comincerà a trovare una qualche forma di soluzione, al momento tali algoritmi non risultano disponibili.

Un altro problema che si riscontra è il potere pressoché assoluto di cui dispone il gestore nel decidere chi può restare e chi invece viene espulso dal social network, decisione assolutamente arbitraria che esso si riserva all’atto di rilascio del permesso di accesso o registrazione, con meno limiti per il gestore di quanto non avvenga per qualsiasi locale pubblico. Per tale decisione non è prevista alcuna forma di ricorso, ma di semplice appello che, a dire il vero, avviene in modo alquanto blando ed aleatorio, se và bene si sarà degnati di una laconica risposta che ribadisce la decisione di cancellazione. In un mondo che sempre più massicciamente fa uso di tali strumenti ed in cui interessi considerevoli orbitano, in cui numerosissime attività commerciali si affidano, ed è prevedibile che sempre più lo faranno, in tutto o in parte ai contatti del network, che in un mondo siffatto vi sia un anonimo tizio che in remoto, da Palo Alto o altrove, con un semplice click decida chi continua ad esistere e chi deve sparire con conseguente perdita di tutta la propria rete di relazioni, è qualcosa su cui riflettere seriamente. D’altra parte molto si discute su come tutelare le libertà civili, privacy ed altro nei social network, ma poco sul diritto di essere completamente cancellati o di continuare a “vivere” sul network e delle relative possibilità di verifica.

Giovanni Vitale.

2 commenti:

Dario Ciracì ha detto...

Davvero una bella riflessione Giovanni. L'essere oggi su Facebook implica da un lato, l'obbligo del metterci la faccia, i propri dati e buona parte della propria privacy (tutto quello che facciamo, diciamo, i nostri gusti e le nostre preferenze) sono registrate in database, e poi vendute a terzi, se lo abbiamo concesso dalle impostazioni.

Qualcuno forse viene cancellato, e con lui tutta la rete di contatti creata; ma da quel che ne so, ciò in genere avviene solo se si è violato le policy di comportamento del social network.

dario

Anonimo ha detto...

"Vivere" sul network è un'espressione che mi fa accapponare la pelle, pensando a quanti sono coloro che davvero campano di emozioni trasmesse via web. E lo dice chi usa il pc una media di circa 10 ore al dì da anni, quando si chattava con i sistemi IRC.
Bisogna comprendere che questi sono strumenti a nostro uso e consumo ma allo stesso tempo, anche se mi rendo conto che nessuno lo fa, leggere le condizioni di adesione quando si scegli di usarli. E’ indubbio infatti che la privacy con questo strumento se ne va a farsi friggere e non mi riferisco solo a quanto noi decidiamo di render pubblico (una nota, un pensiero, una foto, un video) ma a quel che si auto-rende pubblico e a cui noi non pensiamo immediatamente (l’ora in cui pubblichiamo, tutte le bacheche nelle quale viene pubblicato, la condivisione che ne viene fatta da chi in quale modo, come viene veicolato il messaggio, l’uso che si fa dei nostri video e delle nostre foto e potrei continuare… ) meditiamo gente.
Marina