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26 giugno 2010

“Apocalittici e Integrati”, ancora, nell’era dei social network?

A cura di Giovanni Vitale

Alcuni giorni fa ho pubblicato (in questo stesso blog) un post sull’uso dei social media che ha destato un certo interesse, non solo fra gli specialisti della comunicazione ma anche fra chi tali strumenti utilizza senza stare a rimuginarci troppo. La cosa che mi ha maggiormente colpito nei commenti ricevuti, tanti e di cui ringrazio ancora, è stato il constatare come a prescindere dagli apprezzamenti verso i contenuti, per lo più lusinghieri, del pezzo e fatta salva la comune utilizzazione di tali strumenti, sia rilevabile la distinzione fra chi ne è, talvolta entusiasta, sostenitore e quanti invece ne hanno, pur con le dovute differenze, una certa diffidenza.

Mi è tornata, dunque, alla mente la nota dicotomia che diede il titolo al celebre saggio di U. Eco ed il cui sottotitolo recita “Comunicazione di massa e teorie della cultura di massa”. Erano i primi anni ’60 e ci si cominciava ad interrogare sull’impatto che i mass media avrebbero avuto sulla psicologia e sulla stessa cultura di chi ne fruiva. Il saggio, che esaminava dal punto di vista estetico la comunicazione di massa, ne elaborava contemporaneamente un nuovo approccio teorico, pre-semiotico, per usare le parole dello stesso autore, ma siccome alcuni dei capitoli in esso contenuti erano già apparsi in diverse pubblicazioni ed avevano suscitato ampio dibattito, da cui emergevano punti di vista affatto contrapposti fra “moralisti apocalittici” e “ottimisti integrati”, “conservatori amareggiati” e “progressisti in tensione”, l’editore convenne con Eco che la dicotomia di cui andiamo dicendo avrebbe ben rappresentato il contenuto dell’intero saggio.


Oggi, nell’epoca della comunicazione globale, sarebbe del tutto anacronistico discutere sull’opportunità di elaborare teorie che spieghino gli effetti dei mass media, ciononostante risulta rilevabile un analogo atteggiamento nei confronti degli strumenti che l’evoluzione tecnologica mette a disposizione degli utenti, con lo spostamento, però, dagli effetti all’uso di tali strumenti. La cosa non è nuova, ricordo che all’inizio degli anni ’80, alla comparsa dei primi personal computer avveniva la stessa cosa: vi era chi, come me, era irresistibilmente attratto da quelle macchine e chi, altrettanto acriticamente, ne prendeva le distanze. Ricordo, con una certa nostalgia, l’entusiasmo che ci suscitò in alcuni, pochi, studenti il prof. U. Volli quando, al dipartimento di comunicazione di Bologna, ci mise a disposizione un Apple II su cui potevamo implementare i linguaggi di programmazione oggetto di parte dei nostri studi, e la diffidenza, se non la derisione, di altri di quello stesso dipartimento che ne ravvisavano la totale inutilità o peggio la pericolosità, se non altro per la nostra concentrazione verso lo studio. Volli ci insegnò, invece, come quelle macchine, i cui linguaggi erano sviluppati sulla logica, permettevano la dimostrazione di teoremi che la logica indicava come dimostrabili ma che non lo si era mai potuto fare a causa dell’enorme quantità di calcoli necessari cosa che, grazie alla velocità e potenza di memoria divenuta disponibile, poteva finalmente essere fatta. Eravamo all’inizio di quella che in seguito venne chiamata la rivoluzione informatica ma che, allora, generava discussioni animatissime fra quanti intuivano, auspicandolo, che gran parte della nostra cultura stava per mutare radicalmente e quanti, invece, erano fermamente contrari e che, preconizzando ogni sorta di male, avrebbero fatto di tutto per contrastarlo.

Dalla letteratura fantascientifica si mutuavano argomentazioni di ogni tipo, pro e contro: da un lato l’affrancamento dal lavoro fisico e di quello intellettuale più noioso, dall’altra l’asservimento dell’essere umano alle macchine che di lì a poco, una volta raggiunta oltre all’intelligenza la coscienza, avrebbero dominato e alla fine sterminato il genere umano. Integrati ed apocalittici appunto. Da allora tale dicotomia si perpetua e si rinfocola ad ogni innovazione tecnologica, specie se di forte impatto sociale. È avvenuto, per esempio, con le grandi scoperte genetiche e ora, venendo a noi, si manifesta con la diffusione in rete dei social network. Da un lato progressisti ottimisti che si integrano con tali strumenti trovandovi le più svariate ragioni di convenienza, dall’altra conservatori moralisti che con amarezza dissentono sull’uso di essi, magari solo per i più giovani… alcuni di essi che, addirittura, dichiarandosi “contro i mezzi e pur dentro i mezzi” ne accettano l’ineluttabilità individuandovi, però, la causa della degenerazione di valori fondamentali quali, ad esempio la vera amicizia o l’immagine della persona nella sua identità e da cui, ben presto, deriverà la mistificazione di ogni genuino rapporto sociale. Concludo questa nota dicendo che, secondo me, questo genere di discussioni, molto probabilmente, ha l’effetto di distrarre l’attenzione da questioni forse prosaiche, ma più utili ed immediate, tipo la qualità dei programmi di sviluppo delle piattaforme operative degli strumenti, e dalla programmazione determinata della loro disponibilità a maggiori fasce della popolazione, del loro utilizzo nei servizi sociali e di una approfondita (seria e serena) analisi degli aspetti legislativi e, dunque, dei diritti e dei doveri.

Giovanni Vitale

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